I cambiamenti climatici mettono a rischio l'olivicoltura mediterranea

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Più del 90% degli 11 milioni di olivi che ci sono al mondo sono nell'area mediterranea, sulla sponda nord in Europa e in quella a sud nel nord Africa, senza dimenticare il contributo di quella a est, in Medio Oriente. Una zona geografica piuttosto ristretta che sta prepotentemente subendo gli effetti dei cambiamenti climatici.

È infatti in atto una tropicalizzazione del clima mediterraneo, con frequenti ondate di calore in estate, a cui seguono periodo di siccità o, al contrario, di intense piogge. Tutti fenomeni che stanno mettendo in difficoltà l'olivo che non tollera alte temperature durante la fioritura, in maggio-giugno, e le intense piogge in autunno e primavera.

In prospettiva anche gli inverni sempre più miti potranno divenire un problema, con il mancato soddisfacimento del fabbisogno in freddo e problemi sulla differenziazione delle gemme a fiore, con conseguente mancanza di produzione.

Anche alcuni insetti, come la mosca delle olive, stanno diventando più temibili con le popolazioni di questi patogeni che possono essere incrementate a dismisura da condizioni meteo favorevoli.

La vulnerabilità dell'olivicoltura mondiale sta quindi nel piccolo areale dove viene prodotta, ancora più se si considera l'Andalusia. In circa 87 mila chilometri quadrati si concentra il 30% della produzione mondiale di olio d'oliva.

I cambiamenti climatici hanno influito sostanzialmente nelle forti oscillazioni della produzione in Spagna, dove nel 2018/19 la produzione è arrivata al record di 1,78 milioni di tonnellate, per scendere a poco più di un milione quest'anno.

Anche l'Italia soffre e stanno a dimostrarlo le ultime annate critiche, come quella 2018/19 in cui si è raggiunto il record storico negativo di 185 mila tonnellate, contro le 435 mila prodotte la campagna olearia precedente. Numeri che fanno riflettere sulla vulnerabilità del sistema olivicolo mondiale.

 

[Fonte: Teatro Naturale]

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